mercoledì 11 maggio 2011

Quando eravamo re - Steve Nash.


Quello che deve fare prima di tutto un playmaker è giocare per la squadra, saperne gestire i ritmi, darle sicurezza e fiducia nei propri mezzi. Pochi giocatori come Steve Nash nel basket contemporaneo hanno saputo fare tutto questo, nessuno ai livelli a cui è arrivato lui. Col suo gioco fantasioso e la sua applicazione degli schemi, Nash ha elevato i suoi compagni di squadra a condizioni tecniche e agonistiche che altri nel suo ruolo di sicuro non avrebbero saputo fare. 
Coi Dallas Mavericks di Michael Finley e Dirk Nowitzki ha saputo costruire un team affiatato e talentuoso, arrivando alla finale di Conference nel 2003, sconfitto dai San Antonio Spurs di Duncan e Ginobili.
Ma il capoalvoro vero e proprio Nash lo ha fatto tornando ai "suoi" Phoenix Suns (che lo avevano scelto al draft del 1996). Allenato da Mike D'Antoni, il playmaker è diventato l'espressione perfetta e potente dell'idea di gioco offensivo del suo coach. Quella squadra è stata senza dubbio la più spettacolare da vedere degli ultimi vent'anni di basket NBA. Nash ha ottenuto il riconoscimento personale dell'MVP della Lega nel 2005 e nel 2006, a conferma di un talento cestistico come pochisismi ce ne sono stati. In quelle due stagioni ancora gli Spurs e poi gli ex-compagni di Dallas gli negarono la gioia di partecipare a una finale NBA.
A 37 anni suonati Nash ha ormai pochissime possibilità di arrivare a vincere un anello, probabilmente soltanto andando a giocare in qualche "corazzata" per diventare un componente di un sistema dove le "stelle" sono altre. Quello che però ci ha regalato negli ultimi quindici anni è stato basket di intelligenza e istinto purissimi, e questo potrebbe valere molto più di un anello... 
Ecco un breve ma esplicativo esempio di cosa voglia dire TALENTO:


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